Da bambino correvo per i bassopiani e le pianure della mia terra africana. Correvo a perdifiato seguendo la scia di tramonti primordiali. Correvo con le mie lunghe gambe da gazzella.
Poi un aereo ci portò in l'Italia, me e mio fratello. Avevo 9 anni e fui strappato dalle viscere di mia madre e della mia terra. Viscere che non hanno mai smesso di sanguinare.
Bambino ed adolescente con un padre alcolista e nessun punto di riferimento. Sogni e risate di speranza, sorrisi di fiducia al mondo mentre le mie mani riparavano motori di auto che sognavo.
Un giorno dei miei vent'anni, un vigile urbano del paese mi chiamò sporco negro. Non so perchè... Non erano sporche, le mie mani. Gli diedi un pugno.
Fui giudicato non in grado di esistere, diverso. Mio padre non mi richiamò indietro nemmeno una volta. Una sola volta.
Rinchiuso in camerate sporche di merda, violentato tutti i giorni da tutti: ero mulatto, carino e giovane. Ed urlavo il mio dolore. Lo strazio degli elettrochoc e la disgregazione del mio Io. Ho cercato di oppormi, disperato. Poi non più.
Mi chiamavano Josephine
Persi il senso del tempo, dello spazio, della vita, di me. Nudo e fragile, scivolai per sempre giù, in meandri impenetrabili e vischiosi.
Ora sono qui. Ma ancora mi oppongo furiosamente. Al mondo. Devono imboccarmi perchè altrimenti divoro il cibo prendendolo con le mani. Mi vestono in tre. Perchè mi ribello, sorridendo.
Tento sempre di scappare, di correre in strada tra le auto che sfrecciano, con le mie lunghe gambe di gazzella africana.
Mi acchiappano sempre in tempo, i miei amici di qui, sempre per un soffio. Non capisco che potrei morire schiacciato da un camion.
O forse si?
[Caterina]